La presidente del Consiglio è arrivata al vertice
Le ombre della guerra in Medio Oriente si allungano sulla Cop28, il summit sul clima delle Nazioni Unite, a Dubai. Da ogni angolo del pianeta sono arrivati negli Emirati Arabi Uniti ben settantamila partecipanti, il numero più alto di sempre, con gli inevitabili contraccolpi del caso: ore di fila, sotto un sole torrido, per il ritiro dei badge da parte di delegati, giornalisti e addetti ai lavori.
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è arrivata nella sede della Conferenza The Expo City di Dubai per partecipare al vertice. La premier è stata accolta dal Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, e da Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Dopo la foto di famiglia dei Capi di Stato e di Governo, prenderà il via la Cerimonia del World Climate Action Summit.
La premier è giunta nel pomeriggio di ieri all'aeroporto Maktoum di Dubai. Sul volo presidenziale, con lei e il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, viaggiava anche un team di pediatri degli ospedali Bambino Gesù e Gaslini, chiamati a dare una mano ai colleghi emiratini impegnati nelle cure di bambini palestinesi, feriti arrivati da Gaza. Una collaborazione a cui potrebbe aggiungersene presto un'altra: un ospedale da campo nella Striscia, che potrebbe vedere insieme camici bianchi italiani ed emiratini.
Ma al netto degli aiuti -che hanno visto Roma schierata in prima linea sin dal primo giorno della crisi- come la Cop27 di Sharm el-Sheikh ha dovuto fare i conti con la guerra in Ucraina, così la Cop28 di Dubai sarà inevitabilmente segnata dalla crisi mediorientale anche sul tema della sicurezza, declinata -visto il core business del summit- soprattutto in chiave energetica. D'altronde il conflitto, nato dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, monopolizza l'attenzione del mondo arabo, con effetti a catena anche sul versante finanziario, in quest'area legato soprattutto a idrocarburi e fondi sovrani. E con tanto di 'montagne russe' per le borse di Dubai, Abu Dhabi, Qatar e Arabia Saudita.
Ma ancora prima che scoppiasse la grana del conflitto in Medio Oriente, la Cop28 si apprestava a intraprendere un cammino irto di ostacoli. Dove il cosiddetto 'global stocktake', ovvero il primo 'tagliando' all'accordo sul clima di Parigi siglato nel 2015, segna profondo rosso, senza alcun appello.
Lontanissimi gli obiettivi che si erano dati i Grandi del mondo in una Parigi, colpita a morte e ancora sconvolta dall'attacco terroristico del Bataclan, sferrato a pochi giorni dall'evento mondiale. Oltre a un bilancio a 8 anni a dir poco deprimente, a gettare ombre sul summit di Dubai ha contributo anche la nomina a principale cerimoniere dell'evento del sultano Ahmed Al Jaber, nel mirino degli ambientalisti per il suo ruolo anche di amministratore delegato della compagnia petrolifera emiratina, colosso mondiale delle energie fossili, energie che la conferenza sul clima dell'Onu punta da sempre ad eliminare.
A Dubai -dove si confida in un messaggio 'forte' di Papa Francesco, il pontefice ambientalista costretto a dare forfait all'ultimo per problemi di salute- la presidenza emiratina cercherà il riscatto, a partire dall'annuncio, atteso, di un importante contributo finanziario al Fondo Loss&Damage, altro tema centrale della Cop28, ovvero il Fondo finanziato dai Paesi più ricchi e destinato a compensare perdite e danni causati dai cambiamenti climatici alle nazioni più povere. Il Fondo, inaugurato alla Cop27 di Sharm, nasce sulla scia di un'altra esperienza del 2009 che ha inanellato una serie di promesse tradite: dei 100 miliardi di dollari l'anno che i Paesi inquinatori e più ricchi avrebbero dovuto versare a quelli in via di sviluppo e meno responsabili della crisi climatica se ne son visti ben pochi.
Gli obiettivi del summit
Oltre al forte impulso alla cosiddetta 'finanza climatica', tra gli obiettivi principali della Presidenza emiratina -riportati in due Dichiarazioni cui è stata confermata l'adesione dell'Italia- vi sono quello di triplicare, entro il 2030, la capacità globale installata di produzione di energia da fonti rinnovabili e raddoppiare il tasso medio annuo globale di miglioramento nell'efficienza energetica, portandolo dal 2,2% al 4%; di rafforzare l'attenzione al nesso fra cambiamenti climatici e resilienza dei sistemi alimentari, inserendo nelle principali strategie nazionali su clima e ambiente anche i piani nazionali tesi alla trasformazione dei sistemi alimentari. Obiettivi per ora su carta, che tuttavia prevedono lunghi negoziati che andranno avanti a Dubai, a livello ministeriale, sino al 12 dicembre.
Oltre al braccio di ferro tra Paesi ricchi e poveri sul tema dei fondi da finanziare, i principali nodi negoziali alla CoP28 riguardano l’aumento dell’ambizione globale in termini di mitigazione e l’ampliamento delle azioni di adattamento.
Gli interventi di Meloni
In questo contesto la presidente Meloni -giunta alla sua seconda Conferenza sul clima- oltre a diversi incontri bilaterali, ha in agenda tre interventi pubblici: oggi, alle ore 13.30 locali (10.30 in Italia) interverrà all’evento 'Transforming Food Systems in the face of Climate Change', durante il quale verrà adottata, con l'adesione dell'Italia, la 'Emirates Declaration on Sustainable Agriculture, Resilient Food Systems, and Climate Action'; alle ore 16.30 (13.30 in Italia) è previsto il suo intervento al 'Global Stocktake – Adaptation', mentre l'indomani la premier interverrà alle 11.30 (8.30 a Roma) in plenaria. In occasione del vertice globale, l'Italia domani sera offrirà a Dubai un concerto dell'Orchestra del Teatro alla Scala, nota in tutto il mondo, per celebrare l'amicizia tra Italia e Emirati Arabi Uniti.
Proprio in vista dei lavori della Conferenza, Meloni lo scorso 10 ottobre ha incontrato a Roma il presidente della Cop28 Al Jaber, concordando in particolare su come i cambiamenti climatici rappresentino una sfida importante per il nostro pianeta e per l'umanità e richiedano un'azione forte e ambiziosa da parte di tutti gli Stati, al fine di raggiungere gli obiettivi di lungo termine previsti dall'Accordo di Parigi.
I temi clima ed energia al centro del vertice globale si intrecciano inoltre con il focus dell'Italia sul Continente africano. L'Italia a Dubai confermerà i propri impegni, ribadendo l'intenzione di destinare all'Africa gran parte del suo Fondo per il Clima. Il governo Meloni punta a porre così le basi per un ruolo centrale nel 2024, quando spetterà all'Italia la presidenza del G7. Prima di questo appuntamento, a fine gennaio, si svolgerà il vertice Italia-Africa con il quale il governo intende ribadire la propria funzione strategica, in chiave geopolitica, nel cuore del Mediterraneo.
Politica
Treni sospesi a Roma Termini, da Conte a Renzi opposizione...
Il M5S: "Game over per il ministro". Italia Viva presenta una petizione: "Basta incompetenza, deve dimettersi". Schlein: "Lui e Meloni paralizzano l'Italia"
Circolazione dei treni sospesa e poi ripartita oggi alla stazione Roma Termini per un guasto tecnico, con conseguenti deviazioni e ritardi per i convogli. E, così come era stato per il caos ferroviario di Milano nei giorni scorsi, anche lo stop alla principale stazione della Capitale diventa un caso politico con l'opposizione all'attacco del ministro dei Trasporti Matteo Salvini, della premier Giorgia Meloni e del governo.
"Game over, si dimetta"
"Aggiorniamo il governo, chiuso nelle sue stanze dorate, su quel che sta accadendo nel mondo reale: buio pesto per pendolari e viaggiatori anche a Roma Termini dove ci sarebbe un guasto della linea elettrica. Alcuni pendolari sono rimasti per minuti al buio dentro i treni, altri sono in fila davanti alla tabella dei ritardi aspettando notizie su tempi e sulle cancellazioni. Tutti i treni fermi e circolazione paralizzata: un altro disastro. Meloni non aveva due minuti da dedicare alle bollette, ce l'ha un minuto per questa emergenza? Quando ci proporranno soluzioni dignitose per un Paese civile? Sveglia!", scrive sui social Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 stelle.
"A Termini la circolazione è sospesa per accertamenti tecnici: questo è quanto campeggia sul sito di Trenitalia. E’ il completamento di una giornata indecente sul fronte del trasporto ferroviario, ormai definitivamente tracollato nel nostro paese. La stazione romana è diventata ormai un 'hub dell’imprecazione' per i passeggeri: Salvini comprenda che la sua avventura da ministro dei Trasporti è arrivata al capolinea. Game over, si dimetta. Forse è giunta l’ora che anche Meloni provi a metterci la faccia, perché le nostre stazioni stanno diventando lo zimbello d’Europa in tema di disagi causati a chi viaggia in treno. Nell’anno del Giubileo la situazione è fuori controllo, bisogna ormai salvare il salvabile", commentano in una nota i parlamentari M5s delle commissioni Trasporti di Camera e Senato Antonino Iaria, Luciano Cantone, Roberto Traversi, Giorgio Fede, Gabriella Di Girolamo, Elena Sironi e Luigi Nave.
"Cosa fanno la Presidente Meloni e il Ministro Salvini per arginare il disastro che hanno creato sul trasporto pubblico? Con la loro gestione stanno paralizzando l’Italia, con effetti devastanti sulla vita quotidiana dei cittadini e danni incalcolabili all’economia e al turismo del Paese. Dopo una stagione estiva segnata da caos e disorganizzazione e un periodo natalizio caratterizzato da continui disservizi, la situazione rimane critica. Ogni giorno si registrano ritardi, mancanza di informazioni per i viaggiatori e rimborsi bloccati. Questo è un Paese che ogni giorno parte con un’ora di ritardo, non ce lo possiamo più permettere”. Così la segretaria del Pd, Elly Schlein.
"Roma Termini, oggi. A conclusione di una giornata di ritardi di ore e ore. Giornata in cui, sui suoi profili social, il ministro dei Trasporti ha pubblicato tre post: uno su dei rapinatori rom in fuga, uno su un 36enne nordafricano espulso e uno su Matteo Viviani de 'Le Iene'. Presidente Meloni, a che ora dimissiona un ministro dei Trasporti che fa tutto meno che il ministro dei Trasporti? Anche lei è in già in ritardo. Persino più dei treni", scrive quindi sui social il deputato dem Marco Furfaro, capogruppo Pd in commissione Affari sociali.
"Stamani Firenze, oggi Roma. Il trasporto su rotaia sembra impazzito. Ma che sta succedendo in Italia? Salvini venga in Senato a riferire: noi siamo pronti a presentare la mozione di sfiducia. Così non si può più andare avanti", scrive quindi sui social Matteo Renzi, leader di Italia viva.
“Basta disagi e ritardi nei trasporti, basta incompetenza: Matteo Salvini deve dimettersi!”, quanto chiede intanto una petizione di Italia Viva, i cui primi due firmatari sono la senatrice Raffaella Paita e il deputato Francesco Bonifazi.
“La rete ferroviaria nazionale è ormai al tracollo. Ogni giorno – afferma ancora la raccolta firme promossa da Iv - migliaia di italiani devono subire ritardi insopportabili, guasti continui, treni cancellati e condizioni di viaggio degradanti. Questa situazione non è più tollerabile e rappresenta un fallimento evidente della gestione del settore dei trasporti. I disagi colpiscono i pendolari, lavoratori, studenti, aziende e turisti, con un impatto devastante sull’economia e sulla qualità della vita di milioni di persone. Il responsabile di questa crisi è il Ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, che invece di affrontare il problema si è dimostrato assolutamente incapace e incompetente. È ora di dire basta. Matteo Salvini deve dimettersi al più presto".
"Nessun tweet, nessun post, nessuna sparata oggi da parte del ministro Matteo Salvini, che ha regalato all’Italia un’altra giornata di passione sui treni. Adesso un altro stop della circolazione a Termini. Salvini è desaparecido, mentre gli italiani ci sono, ma sono fermi nelle stazioni aspettando invano un ministro dei trasporti che pensa a tutto tranne che a fare il suo lavoro. Salvini vada a casa, se ci riesce almeno lui”, scrive su X il segretario di Più Europa Riccardo Magi.
Politica
Sicurezza, l’esperto: “‘Scudo...
Il prof. Gian Luigi Gatta docente diritto penale Univ. Studi Milano, 'margini sono ridottissimi'
"Allo stato si tratta di un’idea allo studio del governo, come possibile risposta ai fatti di cronaca di questi giorni. Manca o non è pubblica una proposta normativa e quindi ogni valutazione tecnica è difficile. Aspettiamo di vedere se e quale norma sarà proposta. Va però detto che i margini per uno scudo penale per le forze dell’ordine, che impedisca l’avvio di un procedimento penale per accertare possibili reati commessi nell’esercizio delle funzioni, sono ridottissimi per almeno due ragioni". Lo afferma all'Adnkronos Gian Luigi Gatta, professore ordinario di diritto penale presso l'Università degli Studi di Milano, secondo il quale un intervento simile è "senza dubbio" a rischio incostituzionalità.
"Anzitutto perché la Costituzione prevede il principio di obbligatorietà dell’azione penale: nel nostro Paese l’iscrizione nel registro degli indagati dell’autore di un reato non è un atto discrezionale, come in altri Paesi, ma obbligatorio - prosegue il prof. Gatta - Derogare a questa regola per le forze dell’ordine violerebbe non solo il principio di obbligatorietà dell’azione penale (secondo l'articolo 112 della Costituzione 'il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale') ma anche il principio di uguaglianza (articolo 3 della Costituzione): perché solo per le forze dell'ordine e non per altri?".
"In secondo luogo, contrasterebbe con la tutela di diritti umani come la vita e l’integrità fisica uno scudo che impedisse di avviare un procedimento per accertare possibili offese a quei diritti da parte di chi rappresenta lo Stato - sottolinea il prof. Gatta - Il contrasto con i principi costituzionali e con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo va preso in seria considerazione da chi sta trattando il dossier di cui si parla in queste ore sui media. Pensiamo ai fatti del G7 di Genova o ai procedimenti per tortura o maltrattamenti in carcere. O ai casi Cucchi e Aldrovandi. Per menzionarne solo alcuni". "Non dimentichiamoci - continua il prof. Gatta - che un analogo scudo fu invocato per i medici al tempo della pandemia e che in quell’occasione gli esperti concordarono sull’impossibilità, nel nostro sistema, di escludere l’avvio di un procedimento penale in presenza di una morte legata alla gestione del Covid; se non altro per poter disporre una autopsia". "L’avvio di un procedimento non è una condanna, è un atto dovuto e finalizzato ad accertare i fatti, nell’interesse di tutti: presunti autori dei reati e vittime degli stessi - continua il prof. Gatta - La riforma Cartabia ha d’altra parte già introdotto nel codice di procedura penale la nuova regola secondo cui la mera iscrizione nel registro degli indagati non può avere riflessi negativi in ambito civile, penale, amministrativo e disciplinare".
Riguardo alla presenza di fattispecie simili nel codice penale, l'esperto ricorda: "L’ipotesi più nota è lo scudo per i medici che, se rispettano linee guida e protocolli, non rispondono per colpa lieve. Ma sono pur sempre iscritti nel registro degli indagati, se denunciati, per accertare i fatti, compresa la possibile applicazione dello scudo, cioè della causa di non punibilità di cui all'articolo 590 sexies del codice penale. Esistono poi cause di non punibilità per le forze dell’ordine che commettano reati nel corso di operazioni sotto copertura, come avviene quando si infiltrano in gruppi criminali per accertare il traffico di droga. Si tratta di ipotesi molto peculiari e ben diverse".
Insomma, secondo il prof. Gatta, un intervento simile è a rischio costituzionalità: "Senza dubbio sì perché molti sono i principi costituzionali e sovranazionali coinvolti e che i tecnici degli uffici legislativi del governo non potranno non considerare con molta attenzione. Un conto è abolire l’abuso d’ufficio, evitando, a mio avviso in modo già molto discutibile, l’iscrizione nel registro degli indagati dei funzionari pubblici che abusino di poteri e funzioni, anche a danno dei cittadini; tutt’altra cosa, del tutto eccessiva a mio parere, è pensare a uno scudo penale per fatti, anche violenti, che non ledono solo interessi pubblici, come nel caso dell’abuso d’ufficio, ma anche e soprattutto interessi di privati cittadini". "Penso in primis alla vita e all’integrità fisica di chi, per questo o quel motivo, è oggetto dell’uso della forza pubblica, anche letale. I principi del sistema impongono, a fronte dell’uso della forza pubblica, di valutarne la legittimità, in modo sereno ma completo, con la garanzia della presunzione di non colpevolezza", prosegue il prof. Gatta.
"I processi non si fanno su giornali e televisioni ma nelle aule di giustizia, secondo i principi costituzionali. Non dimentichiamo poi che già il disegno di legge sicurezza prevede il pagamento delle spese legali (fino a 10.000 euro per grado di giudizio) per le forze dell’ordine chiamate a rispondere di reati nell’esercizio del servizio: non è cosa da poco, considerato che analoga previsione non riguarda i comuni cittadini - conclude il docente universitario - Una provocazione infine: perché prevedere questa disposizione sul pagamento delle spese legali se poi si pensa di introdurre uno scudo? O l’una o l’altra: o io, come Stato, ti pago l’avvocato se sei indagato, oppure impedisco che tu sia indagato ma allora cade la previsione del pagamento delle spese legali del pacchetto sicurezza". (di Sara Di Sciullo)
Politica
Consulta, l’uscente Prosperetti: “Se giudici...
"Ma nella storia della Corte ci sono stati casi in cui si è dovuto discutere a lungo degli eletti"
Ennesima fumata nera in Parlamento , riunito in seduta comune per l'elezione dei quattro giudici mancanti della Corte costituzionale. Si rischia adesso a causa delle successive formalità da espletare di pregiudicare la ricostituzione del plenum della Consulta entro lunedì prossimo, quando la Corte si riunirà in Camera di Consiglio sull'ammissibilità dei referendum, tra cui quello sull'Autonomia. E' così? "Se i parlamentari eleggessero i 4 giudici giovedì prossimo, i neo eletti potrebbero fare in tempo, giurando al Quirinale venerdì 17, anche se non porta bene", risponde scherzando con l'Adnkronos l'ex vice presidente della Corte costituzionale Giulio Prosperetti, nella rosa dei 4 giudici ancora da sostituire con il voto delle Camere in seduta comune.
Secondo Prosperetti, la verifica di requisiti e non incompatibilità degli eletti che dovrà effettuare la Corte immediatamente dopo l'elezione infatti "è una formalità, molto rapida perché le persone sono conosciute" e che si espleta in tempi celeri "attraverso la nomina di un relatore che riferisce sui titoli dei neo eletti". Nella storia della Corte tuttavia ci sono stati alcuni episodi in cui i giudici costituzionali hanno dovuto discutere dei titoli più a lungo del previsto: "C'è stato il caso di Fernanda Contri", prima donna a diventare giudice della Corte costituzionale della Repubblica italiana nel 1996 grazie alla nomina del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. "Il problema dibattuto sulla Contri - racconta il giudice costituzionale - fu che non aveva l'anzianità di 20 anni di avvocato, ma grazie al cambiamento della legge che aboliva il procuratore legale fu confermata. Si ritenne infatti che anche gli anni da procuratore contribuissero a contemplare il ventennio richiesto dalla Costituzione".
E poi, ricorda Prosperetti, "un caso più importante ed in là nel tempo: quello di Brunetto Bucciarelli Ducci", eletto dal Parlamento in seduta comune nella seduta del 27 gennaio 1977, insieme ad Alberto Malagugini e a Oronzo Reale. "Il problema fu che Bucciarelli Ducci era magistrato ma avendo fatto sempre carriera politica non era arrivato in Cassazione e la eleggibilità alla Corte è riservata alle magistrature superiori. Tuttavia si disse che l'esser stato presidente della Camera lo poneva a un livello tale per cui fu comunque ritenuta legittima la sua designazione. Anche se successivamente quando si ventilò il nome di Luciano Violante che pure era stato presidente della Camera, non se ne fece niente perché si ritenne che non aveva i requisiti".
Provenienze politiche non rilevano su operato giudici: In Italia non esiste dissenting opinion, segreto Camera Consiglio li assolve da componenti che li hanno espressi'
Quindi commentando all'Adnkronos lo stallo della politica e delle camere rispetto all'elezione dei giudici costituzionali, l'ex vice presidente della Consulta afferma: "Io credo ci siano problemi all'interno dei gruppi politici, non fra i gruppi politici, a causa dell'affastellamento fra le candidature e della necessità di valutare anche la potabilità del candidato proposto dall'altra parte. Non è infatti una ripartizione secca". "Ma la verità - rimarca - è che le provenienze non rilevano minimamente. Nella mia esperienza nella Corte non si è mai palesato un giudizio di alcun membro che fosse minimamente influenzato dalla componente che lo aveva espresso". L'arrovellarsi della politica in un certo senso lascerebbe il tempo che trova: in Italia non c'è oltretutto l'istituto della dissenting opinion, cioè la possibilità per i giudici dissenzienti in un collegio di farlo sapere e di motivare la propria posizione.
"C'è stata una grossa polemica sulla dissenting opinion sollevata da Zanon - ricorda Prosperetti -. Io sono stato sempre contrario a questo strumento perché farebbe emergere le provenienze, perché conduce al dover render conto del proprio voto e del perché non ci si è opposti. Mentre il segreto della Camera di Consiglio assolve tutti i giudici dall'essere o meno conviventi con le componenti che li hanno espressi".
Fisiologico l'accorpamento di nomi per il voto, è in vigore dall'istituzione Corte
Potrebbe essere la richiesta di una quaterna di nomi ad avere complicato la scelta del Parlamento? "E' stato molto criticato il fatto che si siano accorpati 4 nomi. Ma ritengo che sia fisiologico. Quando nel 1956 fu istituita in Italia la Corte costituzionale - racconta - la norma in vigore prevedeva per i giudici un mandato di 12 anni ed un complesso sistema di rinnovo per sorteggio relativo a circa metà del collegio ogni 6 anni per la conferma di alcuni giudici che sarebbero restati in carica solo per il periodo residuo ed il rinnovo di altri".
"La norma fu poi abrogata, perché nella prima formulazione della Corte i giudici erano molto anziani e parecchi morirono nei primi 9 anni, sicché non ci fu più bisogno del sorteggio, dal momento che l'avvicendamento non comportava più una scadenza dell'intera Corte. Pertanto - conclude rispondendo all'Adnkronos Prosperetti - già il legislatore dell'epoca aveva previsto la possibilità di una votazione congiunta per un certo numero di giudici e adesso rimane singolare il fatto che tutti veniamo rinnovati con un avvicendamento secondo le scadenze dovute ai decessi della prima composizione della Corte". (di Roberta Lanzara)